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15 gennaio 2015

METAMORFOSI

Una sorta di vocazione, un connubio tra laicità e spiritualità, incide in me dando i connotati psicofisici alla mia identità artistica. Non si diviene artisti perché lo si vuole, si diviene come se vi sia una chiamata chissà da chi che sta dentro di noi.  Quando compongo una poesia vengo preso per mano da una presenza misteriosa che sta dentro di me e vuole cantare la vita, l'uomo, l'Onnipotente, la natura, la storia. Si tratta di attimi che battono in sintonia con quelli del cuore lasciando una scia di autentico linguaggio umano, avrebbe detto Holderlin. Quando, invece, scrivo un romanzo vengo catturato da avvenimenti che lasciano il segno nell'incedere umano con gioie, speranze, ma anche atrocità e amore, tradimenti, povertà, egoismi, morte di potenti che pensavano di essere eterni. Mi fermo su di loro provando un'immensa pietà. Avete mai pensato quanta commiserazione abbia provato Giovanni Verga soffermandosi sulla fine di "Mastro Don Gesualdo". Vi sembrerà irreale, ma anche il più perfido degli uomini, fondamentalmente, è buono.


MASTRO DON GESUALDO

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