Morricone

13 gennaio 2017

L'ABITO E LA VITA

L'abito, nei secoli, viaggia parallelamente alla concezione dell'esistenza nell'uomo. A monte del marchio o dell'etichetta celebre, della"firma" degli abiti c'è tutta una storia come ogni cosa che accompagna l'uomo nel suo cammino. In questo si inserisce la scomparsa delle mani dell'artigiano - ricordo poetico -, il sarto, il falegname, il fabbro, annientati dalla vittoria dell'industria. I Greci amavano i drappi leggeri, semplici, perché amanti della bellezza che si esprimeva con un pensiero dominante il mondo conosciuto. I Romani, invece, si vestivano con drappi pesanti che sembravano denotare il loro carattere arcigno. Nel Rinascimento i vestiti venivano ideati con una creatività che andava a braccetto con quella estetica, pittorica, poetica, architettonica. Col tempo si giunge al vestire attuale - degenerazione del bello - con la "firma" a dare valore con il compito di suscitare invidia verso chi l'indossa, e così l'esclusione - tu non puoi vestire come me! -, con il disprezzo e tentativo illusorio di raggiungere l'eccezionalità, l'esclusivismo, subito e senza sacrifici. In fondo si tratta di deboli, falliti, che rafforzano il tutto con tatuaggi. Infine, il blue jeans griffato è la sudditanza del debole verso il vincitore ed il suo modo di essere, coniugandosi con lo standard e la rinuncia ad essere chi veramente si è. 

                                         

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